Perché non riesco a mettermi in costume?

Perché mi vergongo a mettermi in costume?

Perché mi vergogno a mettermi in costume?

Quando il corpo sembra diventare il protagonista dell’estate.

L’estate arriva e, insieme alle giornate più lunghe e il caldo, per molte persone arriva anche un pensiero ricorrente.

“Quest’anno non me la sento di mettermi in costume.”

C’è chi evita il mare.

Chi rimanda una giornata in piscina.

Chi tiene sempre addosso una maglietta.

Chi si cambia di nascosto.

Chi passa settimane a pensare che dovrebbe dimagrire prima delle ferie.

Chi, semplicemente, smette di fare cose che vorrebbe fare.

Se ti riconosci in almeno una di queste situazioni, probabilmente ti sarà capitato di pensare che il problema sia il tuo corpo.

Ma è davvero così?

Il costume non crea la vergogna. La rende visibile.

Molte persone raccontano di sentirsi relativamente tranquille durante l’inverno.

Poi arriva l’estate e qualcosa cambia: il disagio aumenta; il corpo sembra occupare tutto lo spazio.

Ci si sente più osservatə. Più espostə. Più vulnerabili.

Non perché il corpo sia improvvisamente cambiato. Ma perché cambia il contesto.

L’estate significa spiagge, piscine, vestiti più leggeri, fotografie, occasioni sociali, commenti sul corpo e una maggiore esposizione.

Tutto questo può amplificare una fatica che era già presente.

"Tutti mi guardano."

Questa è una delle frasi che sentiamo più spesso.

“Mi sembra che tutti guardino proprio me.” – “Mi sento continuamente osservatə.”

Ma succede davvero?

La risposta, come spesso accade, è: dipende.

Da un lato, in psicologia conosciamo un fenomeno chiamato spotlight effect.

Quando proviamo vergogna o ci sentiamo inadeguatə, tendiamo a sovrastimare quanto gli altri siano concentrati su di noi.

Il nostro cervello entra in modalità allerta: ogni sguardo sembra una conferma; ogni confronto sembra inevitabile; ogni risata sembra riguardarci.

Questo non significa che “sia tutto nella nostra testa”.

Significa che il nostro sistema di allarme è particolarmente sensibile a tutto ciò che potrebbe confermare la paura di essere giudicatə.

Ma questa non è tutta la storia.

Viviamo in una società che attribuisce valori diversi ai corpi.

Esistono corpi considerati più desiderabili, più sani, più disciplinati, più “accettabili”.

E ne esistono altri che vengono ancora oggi commentati, ridicolizzati, medicalizzati e discriminati.

Per chi vive in un corpo non conforme, gli sguardi, le battute, i consigli non richiesti o le microaggressioni sono esperienze reali.

In questi casi non si tratta solo della percezione di essere osservatə.

Esiste anche una componente sociale che contribuisce alla sofferenza.

Per questo sarebbe riduttivo spiegare tutto con lo spotlight effect.

Molto spesso il disagio nasce dall’incontro tra due elementi:

  • ciò che il nostro cervello teme;
  • ciò che la società, effettivamente, comunica sui corpi.

 

Ed è proprio questo intreccio a rendere così difficile sentirsi serenə

E se non fossimo mai davvero "solo noi" a guardarci?

Se vivi in un corpo socializzato come femmina, è probabile che tu abbia imparato molto presto che il tuo corpo non è soltanto tuo.

Fin dall’infanzia riceviamo messaggi, spesso invisibili, su come un corpo dovrebbe apparire.

Troppo.

Troppo poco.

Troppo magro.

Troppo grasso.

Troppo muscoloso.

Troppo morbido.

Impariamo molto presto che il corpo femminile può essere osservato, commentato, valutato.

La teoria del male gaze descrive proprio questo fenomeno: una cultura che abitua a guardare il corpo femminile attraverso uno sguardo esterno, come se fosse costantemente esposto al giudizio.

Con il tempo quello sguardo può diventare interno.

Anche quando nessuno ci osserva, continuiamo a guardarci come se qualcuno lo stesse facendo.

Davanti allo specchio.

Mentre scegliamo un costume.

Quando ci sediamo sulla spiaggia.

Quando entriamo in acqua.

Quando qualcuno scatta una fotografia.

Non stiamo solo vivendo il nostro corpo.

Stiamo immaginando come verrà visto dagli altri.

In psicologia questo fenomeno prende il nome di auto-oggettivazione.

Il corpo smette di essere il luogo da cui viviamo il mondo e diventa qualcosa da controllare continuamente.

Il problema non è il costume.

Se bastasse coprirsi, la sofferenza sparirebbe. E invece spesso non succede.

C’è chi evita anche le fotografie; chi non indossa canottiere; chi rimanda un viaggio; chi aspetta di dimagrire prima di iscriversi in palestra; chi rimanda una relazione.

Chi aspetta “il corpo giusto” per iniziare a vivere.

Il costume rende tutto questo più evidente. Ma raramente ne è la causa.

Quando il corpo diventa un progetto da sistemare.

Viviamo in una cultura che ci insegna che alcuni corpi meritano di essere mostrati e altri no.

Che esiste un corpo “da spiaggia”. E che quindi bisogna prima bisogna cambiare il corpo, poi si può vivere.

Così molte persone finiscono per mettere la propria vita in pausa.

“Quest’anno no.”; “L’anno prossimo, quando sarò dimagritə.”

Ma quel momento, spesso, continua a spostarsi.

Perché il problema raramente è qualche chilo.

 

Quando il rapporto con il corpo è costruito sulla vergogna, cambiare il corpo non basta a cambiare lo sguardo con cui lo osserviamo.

Da dove si comincia?

Non esiste un interruttore che faccia sparire la vergogna.

Ma esiste la possibilità di iniziare a fare qualcosa di diverso.

Magari chiedendosi:

  • Sto rinunciando a qualcosa che per me è importante a causa del mio corpo?
  • Da quanto tempo rimando?
  • Quanto spazio sta occupando questa fatica nella mia vita?

A volte il primo passo non è riuscire a mettersi in costume.

 

È smettere di credere che il proprio valore dipenda da come si appare dentro quel costume.

Uno sguardo in più

Quando parliamo di immagine corporea (Cos’è l’immagine corporea? Link Articolo) non guardiamo solo alla persona.

Guardiamo anche al contesto.

Perché il rapporto con il corpo non nasce nel vuoto: si costruisce nelle relazioni, nei commenti ricevuti, negli sguardi incontrati e nei modelli culturali che abbiamo imparato a considerare normali.

Per questo lavorare sull’immagine corporea non significa semplicemente “imparare ad accettarsi”.

Significa comprendere da dove nasce quello sguardo su di sé, riconoscere quanto sia stato influenzato dalla cultura e iniziare, con il tempo, a costruirne uno nuovo più neutro e consapevole.

Bibliografia

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