Muoversi per punizione o per piacere?
Settembre è il mese dei nuovi inizi.
Le palestre si riempiono, ricominciano i corsi e i social tornano a parlare di routine, disciplina e buoni propositi.
È anche il periodo in cui molte persone si chiedono quale sport scegliere, con l’idea di “rimettersi in forma”, “recuperare gli eccessi dell’estate” o “tornare ad allenarsi con costanza”.
Proprio per questo per molte persone il movimento non rappresenta una possibilità, ma una fonte di ansia:
- c’è chi lo vive come un obbligo;
- chi come una punizione;
- chi sente di non fare mai abbastanza;
- e chi, dopo anni di diete, allenamenti imposti o esperienze negative, ha semplicemente smesso di muoversi perché il movimento non è più associato al benessere, ma alla fatica, al giudizio e al fallimento.
Se ti riconosci in una di queste esperienze, sappi che non sei l’unicə.

Quando il movimento perde il piacere
Da bambinə il movimento è spesso un gioco.
Si corre, si salta, si balla, ci si arrampica, si esplora.
Il corpo si muove per curiosità, per piacere, per il semplice gusto di farlo.
Perché muoversi è un bisogno del corpo e, come tutti i bisogni, per i bambini è naturale soddisfarlo e ricercare questa soddisfazione in forme diverse.
Crescendo, però, qualcosa cambia: per molte persone il movimento smette di essere un’esperienza e diventa un compito.
Si fa attività fisica per consumare calorie.
Per “meritarsi” un pasto.
Per compensare.
Per dimagrire.
Per tonificare.
Per cambiare il proprio aspetto fisico.
Per raggiungere un certo risultato agonistico.
Per rientrare in una categoria di peso della tua disciplina.
E in questo modo dimostrare a noi stessə e agli altri di essere abbastanza bravə, costanti, disciplinatə o produttivə.
Piano piano, senza quasi accorgercene, il piacere lascia spazio al dovere.
E quando il movimento nasce dal dovere, ascoltare il corpo diventa sempre più difficile
Non è pigrizia
Molte persone finiscono per definirsi pigre perché fanno fatica a essere costanti. Ma la spiegazione è un’altra: è difficile desiderare qualcosa che per anni è stato vissuto come una punizione.
Se ogni tentativo di fare attività fisica è accompagnato da pensieri come:
“Dovrei fare di più.”; “Non ho bruciato abbastanza.”; “Non sto facendo l’allenamento giusto.” oppure “Se oggi salto significa che sto fallendo.” , è comprensibile che il corpo finisca per opporsi.
Non perché sia pigro ma perché ha imparato ad associare il movimento allo stress, alla pressione e al giudizio.
Per chi vive in un corpo non conforme agli ideali di magrezza, tutto questo può essere ancora più complesso. Agli stereotipi che associano le persone grasse alla pigrizia, alla mancanza di impegno o di forza di volontà si aggiungono spesso esperienze concrete di discriminazione: palestre poco accessibili, istruttori che danno per scontato che l’unico obiettivo sia dimagrire, oppure il timore di sentirsi osservatə e giudicatə. Con il tempo, questi messaggi possono essere interiorizzati, fino a portare la persona a definirsi “pigra”, quando in realtà il problema è il rapporto che è stato costruito con il movimento.
Quando il rapporto con il movimento diventa ancora più complesso
Per chi sta affrontando un Disturbo Alimentare, o ne è uscitə, il rapporto con il movimento può diventare ancora più delicato.
A volte il movimento viene utilizzato come meccanismo di compensazione.
Altre volte diventa rigido, compulsivo, guidato dalla paura o dal bisogno di controllo.
In altri casi, invece, viene completamente evitato perché richiama esperienze troppo dolorose.
Per questo, nei percorsi di recovery, l’obiettivo non è semplicemente “tornare a fare attività fisica” o “smettere di fare attività fisica”.
L’obiettivo è costruire una relazione diversa con il movimento.
Una relazione che possa nascere dall’ascolto, dalla curiosità e dal rispetto dei propri bisogni, anziché dal controllo o dalla prestazione.
La Diet Culture ci ha insegnato a muoverci contro il corpo
Viviamo in una cultura che ci propone continuamente il movimento come uno strumento per cambiare il corpo.
Settembre, in particolare, è il mese dei “ricomincia da te”, delle challenge, dei programmi detox e delle promesse di trasformazione.
In questo contesto può essere difficile immaginare un modo diverso di muoversi.
Un movimento che non serva a correggere il corpo, che non debba essere meritato, che non dipenda dal peso, che possa esistere anche nei giorni in cui abbiamo poca energia, che lasci spazio anche al riposo.
Eppure è proprio qui che molte persone iniziano a ritrovare il piacere.
E se cambiassimo domanda?
Forse la domanda non è: “Qual è lo sport migliore per dimagrire?”
Forse la domanda potrebbe diventare: “Quale movimento mi piace e mi permette di sentirmi presente nel mio corpo?”
Quando iniziamo ad ascoltare i segnali interni — il respiro, la stanchezza, l’energia, le emozioni, i desideri — il movimento cambia qualità.
Può diventare una passeggiata, una nuotata, una danza, una lezione di kick boxing, una pratica di yoga.
Oppure, semplicemente, una giornata di riposo.
Perché il movimento che sostiene il benessere non è quello perfetto.
È quello che nasce da una relazione più gentile con sé stessi.

Lo yoga come esperienza di ascolto
Tra le diverse pratiche corporee, lo yoga può rappresentare un’opportunità preziosa per molte persone.
Non perché sia “lo sport migliore” ma perché propone un modo diverso di abitare il corpo.
Nella pratica non esiste un corpo giusto da raggiungere e non c’è una performance da dimostrare.
L’attenzione si sposta dal risultato all’esperienza.
Dal controllo all’ascolto.
Dal giudizio alla curiosità.
Le ricerche mostrano che lo yoga può favorire una maggiore consapevolezza corporea, l’embodiment, la regolazione emotiva ed una relazione più gentile con sé stessi, contribuendo anche al percorso di recovery nei Disturbi Alimentari.
Naturalmente non è una soluzione universale.
Ma può diventare uno spazio sicuro in cui ricominciare ad abitare il proprio corpo senza doverlo prima cambiare.
Forse il problema non è trovare lo sport perfetto
Forse il problema non è trovare il movimento più efficace ma è concedersi la possibilità di vivere il movimento senza che diventi un’altra occasione per sentirsi inadeguatə.
Questo cambiamento non avviene in un giorno: richiede tempo, esperienze nuove e, a volte, anche il supporto di professionistə.
Ogni volta che il movimento smette di essere una punizione e torna ad essere una forma di cura, qualcosa cambia.
Non necessariamente il corpo.
Ma il modo in cui scegliamo di stare dentro quel corpo.
Vuoi approfondire questo tema?
Se senti che vorresti ricostruire un rapporto più sereno con il movimento, nella pagina dedicata allo Yoga del Centro Fresia trovi le attività attualmente attive, pensate per accompagnare questo percorso con un approccio inclusivo, non performativo e integrato al lavoro multidisciplinare.
Bibliografia
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