I Disturbi Alimentari non sempre si vedono
Quando pensiamo a una persona con un Disturbo Alimentare, spesso abbiamo già in mente un’immagine: un certo corpo, un certo peso, una certa età. Forse immaginiamo una persona che mangia pochissimo, che appare visibilmente sofferente o la cui difficoltà con il cibo è evidente anche dall’esterno.
Ma i Disturbi Alimentari non hanno un unico aspetto.
Possono riguardare persone con corpi molto diversi tra loro, presentarsi in differenti momenti della vita e manifestarsi attraverso comportamenti che, dall’esterno, possono essere difficili da riconoscere. Anche una persona che appare “stare bene” può avere un rapporto con il cibo e con il proprio corpo che occupa moltissimo spazio nella sua quotidianità.
Non è quindi possibile stabilire la presenza o la gravità di un Disturbo Alimentare semplicemente guardando una persona. Le indicazioni cliniche internazionali raccomandano, infatti, di non utilizzare il peso o il BMI come unico criterio per decidere se una persona necessiti di valutazione o trattamento.
Come capire quindi se una persona ha un Disturbo Alimentare?
Un Disturbo Alimentare non si vede dal peso
Uno degli stereotipi più persistenti associa i Disturbi Alimentari alla magrezza.
Questo può far sì che alcune persone vengano riconosciute più facilmente, mentre altre rischino di vedere il proprio disagio minimizzato o normalizzato proprio perché il loro corpo non corrisponde all’immagine che culturalmente associamo a un Disturbo Alimentare.
Eppure i Disturbi Alimentari possono interessare persone di qualunque peso corporeo. Anche una persona che dall’esterno viene percepita come “in salute” può avere un Disturbo Alimentare e presentare una sofferenza psicologica o delle conseguenze fisiche importanti.
Il corpo, da solo, non ci racconta che rapporto abbia quella persona con il cibo.
Non ci dice quanta paura possa esserci dietro un pasto, quante regole debbano essere rispettate, quanto tempo venga trascorso a pensare al proprio corpo o quanto alcuni comportamenti interferiscano con la possibilità di vivere serenamente una cena, una vacanza o semplicemente una giornata qualunque.
Non si vede necessariamente da quanto una persona mangia
Anche osservare ciò che una persona mangia in una singola occasione ci dice molto poco.
Molti aspetti di un Disturbo Alimentare avvengono lontano dallo sguardo delle altre persone oppure riguardano soprattutto pensieri, paure, regole e strategie di controllo.
Può non essere visibile, per esempio:
- quanto tempo della giornata viene occupato dai pensieri sul cibo o sul corpo;
- l’ansia legata alla possibilità di non conoscere in anticipo cosa si mangerà;
- la presenza di alimenti considerati “vietati” o da meritare;
- il senso di colpa dopo aver mangiato;
- la necessità di compensare ciò che si è mangiato attraverso restrizione, vomito o movimento;
- il controllo ripetuto del corpo, del peso o delle forme;
- l’evitamento di cene, feste, viaggi o altre situazioni sociali;
- la sensazione di perdita di controllo rispetto al cibo.
Alcuni di questi comportamenti spesso possono anche essere socialmente valorizzati e descritti come disciplina, attenzione alla salute o forza di volontà. È anche per questo che, in alcuni casi, il confine tra ciò che la cultura della dieta considera “normale” e ciò che sta diventando fonte di sofferenza può essere difficile da riconoscere.
Non si vede da quanto una persona riesce a “funzionare”
C’è poi un’altra idea molto comune: se una persona studia, lavora, ha relazioni, esce con gli amici e continua a svolgere le proprie attività, allora non può stare davvero male.
Ma “funzionare socialmente” non significa necessariamente stare bene.
Una persona può continuare a occuparsi del lavoro, della famiglia o delle proprie responsabilità mentre una parte enorme delle sue energie viene assorbita dal controllo dell’alimentazione, dalla paura di cambiare corpo, dalle abbuffate, dai comportamenti compensatori o dal tentativo costante di rispettare determinate regole.
La sofferenza non deve necessariamente diventare visibile dall’esterno prima di poter essere presa sul serio.
E non riguarda una sola fase della vita
I Disturbi Alimentari vengono spesso associati all’adolescenza, ma possono essere presenti o comparire anche nell’età adulta e attraversare differenti momenti della vita. Le fonti cliniche sottolineano infatti che possono riguardare persone di età, generi e corporature differenti.
E anche i momenti in cui il corpo cambia in modo atteso non ci rendono automaticamente immuni dalla cultura della dieta o dalle difficoltà legate all’immagine corporea.
La gravidanza, per esempio, non mette necessariamente in pausa un Disturbo Alimentare né rende automaticamente semplice accogliere i cambiamenti del proprio corpo. La ricerca sul periodo perinatale descrive la presenza sia di difficoltà relative all’immagine corporea sia di sintomi alimentari durante la gravidanza e nel post parto.
Allo stesso modo, altri cambiamenti corporei, condizioni di salute o fasi della vita possono modificare il rapporto che abbiamo con il nostro corpo e con l’alimentazione.
È uno dei motivi per cui può essere importante poter parlare anche di queste esperienze senza partire dal presupposto che “in questo momento dovresti avere altro a cui pensare” o che alcune preoccupazioni siano necessariamente superficiali.
Cosa possiamo provare a guardare, allora?
Come capire allora se una persona ha un Disturbo Alimentare?
Se non possiamo riconoscere un Disturbo Alimentare semplicemente osservando un corpo, può essere più utile spostare la domanda.
Non tanto:
“Questa persona sembra avere un Disturbo Alimentare?”
ma:
“Quanto spazio stanno occupando il cibo e il corpo nella sua vita?”
- Quanto influenzano le sue scelte?
- Quanto generano paura, rigidità o senso di colpa?
- Quanto limitano le relazioni, la socialità o la quotidianità?
- Quanto è difficile fare qualcosa di diverso rispetto alle proprie regole?
Sono domande che non servono per formulare autonomamente una diagnosi. Possono però aiutarci a riconoscere che esiste una sofferenza che merita di essere ascoltata.
Non bisogna “sembrare abbastanza malatə” per chiedere aiuto
Aspettare che un Disturbo Alimentare diventi evidente può significare aspettare che la situazione peggiori.
Le linee guida nazionali e internazionali raccomandano una valutazione e un trattamento il più precoci possibile e specificano che singoli parametri come BMI o durata del disturbo non dovrebbero essere utilizzati per stabilire se offrire o meno un trattamento.
Se il rapporto con il cibo o con il corpo sta diventando fonte di sofferenza, non è necessario dimostrarlo attraverso il proprio aspetto fisico.
Al Centro Fresia ci occupiamo di Disturbi Alimentari attraverso una presa in carico multidisciplinare, costruita a partire dalla storia e dalle esigenze della persona e non dal suo peso. Il lavoro può coinvolgere area psicologica, riabilitativa e nutrizionale all’interno di un progetto condiviso.
Perché ciò che una persona sta attraversando può non essere immediatamente visibile.
Ma non per questo è meno reale.
Bibliografia
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National Institute for Health and Care Excellence (NICE). Eating disorders: recognition and treatment (NG69).
Tarchi, L., Merola, G. P., Selvi, G., et al. (2023). Pregorexia: a systematic review and meta-analysis on the constructs of body image dissatisfaction and eating disturbances by gestational age in the peripartum. Eating and Weight Disorders, 28, 64.



